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Il professore ricorda l'uomo morto al circolo

Il professor Pietracaprina ha inviato alla redazione una lunga lettera in cui ricorda l'ex studente: "Aveva una innata gentilezza"

PONTEDERA — A proposito della notizia del giovane trovato morto all’interno del Circolo Bertelli sabato mattina un suo ex professore, Riccardo Pietracaprina, ha scritto una lunga lettera di ricordo, che pubblichiamo di seguito.

"Lo conoscevo, il giovane uomo che è morto nella toelette del Circolo Bertelli. Mi veniva da dire il “ragazzo”, non tanto per l’età, quanto perché l’ho avuto come mio alunno alle scuole medie. Era un ragazzo irrequieto e con poca voglia di studiare, ma a suo modo ci teneva a partecipare alla lezione, magari anche solo con commenti su quegli argomenti che lo interessavano. A scuola non ci sono mai stati momenti di scontro gravi con gli insegnanti e soprattutto non si è mai mostrato irriguardoso o indisponente, offensivo: anzi, aveva una innata gentilezza, un modo di porsi che gli faceva perdonare certe manchevolezze.

Finite le medie l’ho perso di vista per un bel po’ di tempo ma da qualche anno ogni tanto lo incontravo per strada, spesso alla stazione. Mi veniva in contro con la faccia sorridente, chiamandomi da lontano “Professore!”, facendomi un sacco di domande personali e parlando un po' di sé e terminava sempre dicendo che aveva intenzione di mettersi sulla “retta via”, come si dice. E alla fine, inevitabilmente, mi chiedeva dei soldi, ma davvero pochi: un euro, due. Dopo gliene ho dati anche di più, una volta cinque, ricordo. Ma non mi sembrava che chiedesse l’elemosina, né a me sembrava di darla.

La notizia della sua morte mi ha riempito di profonda tristezza. Innanzitutto per il modo e il luogo, poi per quella solitudine della morte, paradigma della solitudine della sua vita. Ma soprattutto perché l’ho conosciuto ragazzo, bambino, e da insegnante quale ero (e dentro sempre sono) mi è venuto da pensare se non avessi avuto, allora, modo di presentire un destino come questo e se avessi potuto fare qualcosa, fare di più per evitare questa fine.

Fare cosa? Quello che può fare un insegnante ma che possono fare tutti: ascoltare, dialogare, cercare di comprendere, dare fiducia, dare speranza, aiutare, dare consigli, raccontare esperienze personali, avvertire, mettere in guardia, mostrare che la vita può essere vissuta in tanti modi e che tante situazioni, che sono difficili (come quelle a livello familiare) e sembrano irrimediabili, possono cambiare, soprattutto con lo sforzo di noi stessi, attraverso gli amici giusti e con la guida degli adulti: quelli, beninteso, che si interessano al futuro dei giovani.

Questo ricordo lo dedico a lui e lo scrivo anche come commento riguardo alle “dichiarazioni” di alcuni esponenti politici del nostro ambiente. I giovani in difficoltà ci sono e sono più di quanto si creda. Ma i loro problemi non devono essere strumentalizzati politicamente, da nessuna delle parti. Con questi giovani bisogna parlare, occorre conoscerli: devono sentirsi compresi e sentire che possono essere accolti e aiutati da tutti e non solo dalle strutture ufficiali preposte allo scopo: Comune, il Sert, l'assistente sociale. Troppo facile dare la colpa alle istituzioni che non funzionano, anche perché non funzionano per colpa di tutti noi. E se per strada qualcuno chiede un euro “per un caffè” non è un noioso mendicante ma può essere probabilmente una persona in difficoltà che soffre.

Riccardo Pietracaprina".

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